NOTIZIE usi - costumi


Categoria: usi - costumi

Festa del Redentore


Testo a cura di Pierluigi CeolinExecutive chef e scrittore. Formatosi accanto ai padri della cucina veneta, oggi vive per lo più a La Coruña, in Galicia (E) dove tiene corsi di cucina mediterranea ed è contitolare di un ristorante. Svolge lavoro di consulenza nell’esecuzione di nuove idee in campo alimentare e nello sviluppo di nuovi prodotti. Curatore di rubriche gastronomiche, collabora anche con il settimanale “Gente Veneta”. Da tempo si interessa di tradizioni religiose, storiche e popolari in cucina e ha lavorato in questi ultimi anni per il recupero della identità veneta.

 

La festa del Redentore, la più sentita, insieme a quella della Salute, dai veneziani, mescola sacro e profano e si celebra la notte del terzo sabato di luglio: è la “note dei foghi”. Sarà la magia dei fuochi nella notte, sarà il ricordo dell’atto di devozione che portò alla costruzione dell’omonimo tempio alla Giudecca, sarà che una gita notturna in barca nel pieno dell’estate nessuno se la vuole perdere: nel Redentore ci sono proprio tutti gli ingredienti per un evento di fama mondiale.
La Morte nera
Alla fine del XVI secolo Venezia era una delle città più popolate al mondo e dal punto di vista culturale rappresentava una delle capitali europee più vive con pittori, scultori, architetti e letterati come Tiziano, Tintoretto, Veronese, i Bassano, Palladio, Sansovino, Pietro Aretino e Galileo Galilei. Solo Parigi fra le capitali europee le si poteva paragonare.
Per secoli l’andamento demografico veneziano fu dominato dalla peste: la “Morte nera”.
Nel 1500, secondo i dati dei censimenti militari, il numero dei veneziani era di circa 190.000, cifra che non venne mai più superata a seguito di una drammatica recrudescenza di questo morbo che colpì la Serenissima nel triennio 1575-1577 e che portò a morte più della metà della popolazione, circa settantamila persone.
La morte Nera si presentava in due forme: una era la forma bubbonica, che si manifestava appunto con dei gonfiori, i bubboni, di colore nerastro; l’altra era la malattia polmonare, con i sintomi della polmonite acuta che si trasmetteva con contagio da persona a persona.
La diversità tra le due forme non era allora ben chiara ai medici veneziani, tanto che l’illustrissimo Andrea Gratiolo, arrampicandosi sugli specchi per indicarne le ragioni, scriveva che potevano essere «remote e superiori o propinque e inferiori o remote e propinque insieme».
Malgrado i tanti provvedimenti la malattia non si fermava e il 4 settembre 1576 il Senato Veneziano approvò la proposta del Doge di fare un voto solenne per invocare la fine della pestilenza e la salvezza della città.
Si sarebbe costruito un tempio dedicato a Gesù il Redentore “che i successori anderanno solennemente a visitare…a perpetua memoria del beneficio ricevuto”. La città di Venezia si impegnava così di  rendere onore alla basilica, il giorno in cui fosse stata pubblicamente dichiarata libera dal contagio, a perpetuo ricordo del beneficio ottenuto.
Il 3 maggio del 1577 alla Giudecca il Doge, Luigi Mocenigo, vestito in tutta la maggior magnificenza e il Patriarca, Giovanni Trevisan, a peste non ancora debellata, posarono la prima pietra della chiesa del Redentore con alcune monete portanti la scritta: Ex pio solemnique voto Reipublicae.
La chiesa verrà consacrata solo il 27 settembre 1592, dodici anni dopo la morte del suo celebre architetto, Andrea Palladio, che volle una facciata bianca perché, come lui stesso disse, «fra tutti i colori, niuno che si convenga di più ai tempi della bianchezza, cosicché la purità del colore e della vita sia sommamente grata a Dio».
Alla morte del Palladio, nel 1580, la direzione dei lavori verrà assunta da Antonio Da Ponte, “proto”, architetto capo della Repubblica, che la porterà a compimento e il 21 luglio venne decretata la prima processione votiva del Doge e della Signoria.
Nasce così la festa del Redentore, che continuò ad essere sempre considerata sacra e solenne, anche se ogni anno si ebbe il costume di rinnovarne le cerimonie.
Da allora, i veneziani ricordano quel giorno, la terza domenica di luglio, e il ponte viene posato dai genieri, ma non arriva più fino al Palazzo Ducale, collegando invece la Giudecca alla Zattere, la riva opposta alla chiesa del Redentore.
Ad attraversare questi trecento metri di laguna, ondeggiando per la corrente del canale, si sente un forte senso di sbandamento che inevitabilmente provoca profonde riflessioni interiori, quasi a far rivivere quell’esperienza straordinaria.
I festeggiamenti ufficiali sono concentrati al sabato e alla domenica. Alle ore 10 di sabato si inaugura il ciclo di funzioni sacre, con la “Santa Messa del capitolo della Cattedrale e delle nove Congregazioni del clero” che continua nel pomeriggio e ha due momenti topici nella funzione delle 19.30, dopo l’apertura ufficiale del ponte, e in quella delle 0.30, dopo lo spettacolo pirotecnico.
La domenica si svolgono altre otto messe e quella solenne votiva, presieduta dal Patriarca, che si conclude con la processione col SS. Sacramento e con la benedizione solenne della città di Venezia.
Cena in barca e fuochi d’artificio
Dopo le celebrazioni religiose di ringraziamento e le regate dei campioni della voga veneta, il momento topico di questa festa è senza alcun dubbio la notte del sabato sull’inimitabile palcoscenico del Bacino di San Marco, dove giochi di luce e di riflessi tracciano un caleidoscopio di colori che si staglia dietro le guglie, le cupole e i campanili della città rendendola ancora più unica.
Oggi, per i veneziani, Redentore significa canale della Giudecca pieno di barche di ogni tipo, addobbate con frasche, fronde, e i classici “baloni del Redentor”, luci molto pittoresche e kitsch, costruite con lanterne di carta colorata e illuminate da un lumino, e imbandite con tavole rustiche.
Significa anche mangiare angurie, riso freddo, fagioli e cipolla, bovoleti con agio e ogio (lumachine condite con aglio e olio), e bere vino sotto il sole: infatti, a memoria d’uomo non è mai piovuto in questo giorno.
Poi si aspetta il chiaro della luna per consumare i due piatti più tipici: sarde in saor,  e l’anara col pien, prima dei fuochi, assieme a chi non ha la barca, appostati in riva degli Schiavoni e nel molo di San Marco o con i turisti più fortunati sopra le terrazze degli alberghi più famosi.

Leggi ricetta sarde in saor





Stampa Stampa | Categoria Altre news di questa categoria