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Storia proprietÓ ficodindia


Orginario dell'America meridionale, era considerato dagli Aztechi, che la chiamavano “Nopalli”, un loro simbolo.
Un’antica credenza narra che il popolo Azteco abbia vagato a lungo prima di trovare il luogo dove costruire la propria capitale. Secondo gli stregoni l'indicazione doveva arrivare da un’aquila appollaiata su un cactus, e l'evento si verificò su un isolotto deserto di un lago messicano. La città fu chiamata “Tenochtitla”, che in azteco significava: "il luogo dove abbondano i frutti del cactus che si erge sulla grande pietra".
Importato in Europa nel ‘600, il fico d’India, così chiamato perché proveniente dalle terre che Colombo credeva fossero le Indie, venne diffuso nell’Italia Meridionale dai Borbone .
Frutto dalle numerose specie con fiori gialli o rossi, ha una polpa granulosa, dolce, dissetante, e si presenta come una botticella spinosa con un circoletto di spine alla sommità. I fichidindia vengono consumati freschi, preventivamente sbucciati e tenuti a lungo in acqua calda per eliminare le spine residue.
In Sicilia, la grande "foglia" di questa pianta, ancora nei primi decenni del ‘900, era utilizzata macerata per curare: mal di testa, mal di denti, contusioni e lesioni varie agli arti.
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