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Galateo - Monsignor Giovanni della Casa


D’origine Toscana e probabilmente fiorentina, studiò a Bologna e a Firenze le materie letterarie per poi immergersi nella lettura dei classici latini. Nel 1532, intraprese a Roma la carriera ecclesiastica, diventando prima arcivescovo a Benevento e poi nunzio apostolico a Venezia, dove redasse l'introduzione dei tribunali dell'Inquisizione e approntò alcuni famosi processi.
Verso il 1540, ritiratosi nell’abbazia di Nervosa, sulle pendici della marca trevigiana, scrisse il “Galateo”. In questo libro assunse il ruolo di un pedagogo anzianotto illetterato e piuttosto ingenuo che, nel dissertare con un giovane allievo, dettava con aria sprovveduta, norme di etica, estetica e pedagogia. Il termine "galateo" deriva da Galeazzo (Galatheus) Florimonte, il vescovo di Nola che suggerì a Giovanni della Casa di scrivere il trattato. Grazie al successo straordinario della pubblicazione, "galateo" diverrà la parola usata per indicare un complesso di regole di buona creanza.
Riportiamo dal capitolo V°:
"...Dee adunque l'uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata...I nobili servidori, i quali si essercitano nel servigio della tavola, non si deono per alcuna condizione grattare il capo né altrove dinanzi al loro signore quando e' mangia... Quando si favella con alcuno, non se gli dee l'uomo avicinare sì che se gli aliti nel viso..."
Riportiamo dal capitolo XIX°:
“Non istà bene grattarsi, sedendo a tavola…
Non istà medesimamente bene a fregarsi i denti con la tovagliuola, e meno col dito…
E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti erra senza fallo...”
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