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La coscia della zita




Testo di Sandro Romano. Studioso di gastronomia storica, regionale e del Mondo. Ambasciatore Prefetto per la Puglia dell’Accademia Italiana Gastronomia Storica. Presidente Commissione Regionale Puglia di E.N.D.A.S. Gusto&Tradizioni. Presidente e animatore della “Compagnia della Lunga Tavola”. Assaggiatore vini O.N.A.V.. Autore del libro “Assaggio di Puglia”. Realizzatore di eventi e rievocazioni storiche a tema gastronomico-culturale.

 

Si narra che in un periodo compreso tra il 1577 e il 1627, Fabrizio Pignatelli, marchese di Cerchiara di Calabria, esercitasse con assiduità lo jus primae noctis, cioè il diritto di passare la prima notte di nozze con le novelle spose.
Tale diritto, peraltro, non lo obbligava ad accogliere nel proprio talamo tutte le spose, ma poteva scegliere con cura quelle più avvenenti e carine.
Ovviamente questa prepotenza non rendeva felici i freschi mariti, allora il magnanimo marchese decise di riservare agli stessi il diritto della coscia dell’agnello che veniva servito durante il banchetto del matrimonio.
Attraverso questa forma di “indennizzo” riteneva così di mettere a tacere la propria coscienza e placare l’ira dei malcapitati sposi.
La coscia, profumata e steccata con strutto, aglio, pepe, rosmarino, alloro e prezzemolo, veniva cotta a partire dalla sera prima per la durata di tutta la notte, nello stesso forno dove avevano fatto il pane, senza fuoco ma con il solo calore delle pareti di mattone.
Una curiosa leggenda che affonda le radici nella storia, raccontatami e recuperata dall’amico Federico Valicenti, chef di Luna Rossa a Terranova del Pollino.

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