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Storia del caffè


Questa è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali appartenenti al genere Coffea. L’origine del suo consumo è assai controversa. Certi botanici affermano che i primi a riconoscere gli effetti stimolanti di queste drupe furono gli abitanti dell’Etiopia che le masticavano crude. Alcuni scritti evidenziano invece che l'inizio della storia del caffè avrebbe le radici in una bevanda medio orientale chiamata “vino d’Arabia” ricavata dal succo fermentato estratto dalle drupe mature dei piccoli alberi.

Altre fonti indicano infine la sua origine in una mistura calda chiamata “qahwah” (eccitante), preparata dai popoli nomadi con gallette ricavate dai semi di coffea essiccati al sole, macinati grossolanamente e mescolati al grasso.

Agli inizi la bevanda del caffè era consumata prevalentemente nell’ambito di cerimonie religiose o per finalità terapeutiche, come testimoniano i testi dell'autore persiano Avicenna (XI sec.), che la consigliava nella cura di calcoli renali, gotta, morbillo e tosse. 

Fu nel XVI secolo che il caffè divenne simbolo di convivialità, raggiungendo l’Egitto, la Siria e Costantinopoli, dove nella seconda metà del secolo si aprirono i primi locali pubblici per la sua preparazione e consumo. Un'importante testimonianza sull'argomento ci è arrivata dal viaggiatore Pietro Della Valle:

"Hanno i Turchi un'altra bevanda di color nero, e la state sifa rinfrescativa e l'inverno al contrario; però è sempre la stessa e si bee calda, che scotti, succhiandola a poco a poco, non a pasto ma fuor di pasto per delizia e per trattenimento, quando si sta in conversazione; né mai si farà di loro radunanza alcuna dove non se ne beva, stando sempre perciò preparato un buon fuoco, con molte scodelline di porcellana piena di questa robba". 

Preceduto dalla fama di rimedio atto a tenere svegli gli uomini, il caffè arrivò a Venezia nel 1615, da dove successivamente si diffuse in Europa. 

La sua marcia di conquista però non fu priva di ostacoli e contraddizioni. Le origini mussulmane spinsero il clero a chiederne formalmente la proibizione a papa Clemente VIII. Narra una storiella che il capo della chiesa, famoso per la riforma dei costumi ecclesiastici, l'avrebbe battezzata per renderla in grazia cristiana per poi sentenziare: “è così squisita che sarebbe un peccato lasciarla bere esclusivamente agli infedeli”. 

A fine '600 il medico e poeta Francesco Redi, nei versi del Bacco in Toscana, lo denigra pesantemente: 

“Beverei prima il veleno  

che un bicchier che fosse pieno 

dell'amaro e reo caffè”. 

Poi, lo stesso autore, in una lettera indirizzata a Monsignor Albizi, lo giudica assai diversamente:

"confesso che io talvolta ne bevo, se nel ditirambo io l'abbia biasimato sappia che quivi ho parlato dà poeta e non mica da filosofo. Osservi ciò che ho detto. Confesso che il caffè non lo berrei mai al bicchiere, perché i galantuomini e civili han costume di pigliare il caffè non bicchiere, ma bensì nella chicchera di porcellana ... Osservi parimenti che nel ditirambo ho biasimato il caffè amaro e reo e non già il caffè dolce e buono il quale è da me approvato". 

Sarà solo nell'Ottocento che la bevanda, ormai diventata un piccolo piacere quotidiano di buona parte della popolazione, avrà il giusto riconoscimento sociale entrando anche come ingrediente nelle ricette dolci.

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