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Regime alimentare di popolo e nobili




Testo di Stefano Buso. Free lance, socio A.S.A. (Associazione Stampa Agroalimentare Italiana), ambasciatore AIGS (Accademia Storica Gastronomica Italiana) esperto food&beverage. Scrive per alcuni importanti magazine del settore food. È libero docente lecturer presso l'Uniper del Veneto Orientale.

 

Ai giorni nostri è difficile immaginare una cucina differenziata in relazione alla propria condizione sociale. Viviamo in un’epoca dove le prelibatezze gastronomiche non sono un desiderio irraggiungibile! È possibile, infatti, “accedere” ad un lauto pranzo (anche sporadicamente) e molte persone hanno la possibilità di togliersi gustosi sfizi gastronomici.
Ma purtroppo ci fu un periodo storico dove la distinzione in classi era sottolineata soprattutto dal tenore alimentare, e la mensa del "ricco" non era certamente la stessa delle classi disagiate. Quasi sempre, potersi concedere carni infinite e spezie rare significava possedere molto danaro. Per definizione, in questo momento storico si scavò un profondo baratro tra classi sociali, non solo relativamente all’alimentazione. Un solco, destinato a restare tale, a quanto sembra…
Il Medioevo, un periodo storico articolato, lungo, che comprende più di mille anni di abitudini e tendenze gastronomiche, durante il quale, le consuetudini alimentari delle persone si modificarono a causa di molteplici eventi storici e sociali.
Ma come si mangiava nel Medioevo? Le Abitudini alimentari del tempo si potevano velocemente riassumere in sazietà per pochi e fame per il resto delle persone.
Infatti, il popolo minuto, oltre all’appetito cronico possedeva una dieta di "fortuna", occasionale, arrangiandosi con gli scarti del padrone. Inoltre, non potendo coltivare le terre attorno ai castelli, doveva raccogliere nei boschi erbe e radici selvatiche per poi realizzare "papponi" o zuppe dal dubbio valore nutritivo e dal sapore sicuramente poco invitante.
In queste preparazioni popolari, le spezie padronali mancavano ed erano sostituite con il rosmarino, il finocchio, la menta o l’origano. La carne, la selvaggina e il pollame erano prerogativa solo dei signorotti, poiché, ai poveracci non era concesso il diritto di cacciare nelle loro tenute. A costoro erano imposte anche limitazioni relative agli animali da cortile da allevare.
Il menu del ricco era abbastanza vario e sicuramente abbondava di carne; in pratica, una robusta dieta proteica ma con pochissime verdure. Si prediligeva la cottura lenta, allo spiedo e le guarnizioni per arricchire le portate erano realizzate con cura.
Completamente diversa la dieta del povero, che contemplava scarse ricette a base di carne e alcune a base di verdure ed erbe spontanee, quando c’erano.
Solo con l’età conteporanea alcune cose cambiarono anche se, piaccia o no, il tenore e la qualità del cibo resta ancora un efficace indicatore dello status sociale e del conseguente benessere. Ora la differenziazione è meno marcata di un tempo ed è rappresentata più che altro dalla latitudine e situazione geografica dove l’uomo nasce e poi vive. Venire al mondo al nord o sud del pianeta può ancora far la differenza a tavola. Una bella scommessa per il futuro visto che l’esplosione demografica degli ultimi decenni è una cruda realtà con la quale dover fare i conti in termine di produzione alimentare, scorte e sequenziale distribuzione.

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