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Il pane di San Paolo




Testo di Ivana Tanga
Giornalista e consulente tematiche lettarie di questa rivista.

 

La statua di S.Paolo adorna di pani a forma di serpente che guida la processione del 29 giugno a Palazzolo Acreide (Siracusa) ci restituisce, plasticamente, l’immagine di una devozionalità profondamente radicata nel paganesimo mediterraneo. Una devozionalità che si declina tra fede e superstizione, tra sacro e profano. Il serpente, uno dei più antichi simboli della cultura mediterranea, incarna, da sempre, le malefiche potenze infere, ctonie. In particolare, per il mondo contadino, esso rappresentava e rappresenta il pericolo, il maleficio, annidato, nelle pieghe di una natura non sempre benigna. Per questo, i  ‘cucciddatti’, i pani in forma di serpente di Palazzolo Acreide hanno, senza dubbio, una valenza apotropaica. Le massaie li preparano la notte precedente la festa, seguendo antichissimi rituali, come quello della pulizia del forno con rami di mirto, pianta ritenuta, da sempre, sacra. Decorati con semi di anice o di sesamo, i pani di San Paolo ricordano i pani devozionali dell’antica Grecia. Portati in processione su carri da buoi decorati con nastri e fiori, vengono toccati dai fedeli come dei veri e propri talismani. 
Il patronato di San Paolo su questo temutissimo animale è legato ad un episodio della vita del santo. Si narra che l’apostolo di Tarso, sbarcato sull’isola di Malta per portare il verbo del Signore, fosse stato morso da una vipera senza riceverne alcun danno. Da allora, sull’isola non vivono più serpenti e la sua terra è ritenuta terapeutica. I devoti del santo ‘ serparo’, chiamati ‘sampaolari’, dopo una prova di iniziazione presso un pozzo infestato di serpenti, il cosiddetto ‘pozzo di San Paolo’, sono in grado di guarire dai morsi di serpente.  La figura del ‘serparo’ di San Paolo, diffusa in tutto il meridione d’Italia, era un punto di riferimento per i poveri contadini che vedevano la intermediazione dell’apostolo.

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