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Mercati e commerci bizantini


Se avessimo passeggiato nella capitale bizantina attorno al X secolo avremmo avuto l’idea di un grande mercato con innumerevoli officine-botteghe (ergastéria), collocate al piano terra degli edifici abitativi o nelle grandi strade porticate. Lo stato favoriva la concentrazione delle attività commerciali in vie o in quartieri specializzati: i profumieri devono sistemare le loro mercanzie e i loro vasi tra il Milion e il Cristo della Chalce «affinché un piacevole effluvio si innalzasse fino a questa immagine ».
Raramente i mercanti-artigiani avevano la proprietà degli ergastéria che gestivano. Atti di vendita e successioni ereditarie di persone aristocratiche evidenziano che non era raro trovare tra i loro beni un panificio oppure una macelleria.
È grazie al Libro dell'Eparco o del Prefetto che conosciamo informazioni sulla vita commerciale e artigianale di Costantinopoli, anche se si può supporre che questa fosse simile a Tessalonica (Salonicco) e Corinto nei Balcani, Trebisonda e Amastri sul Mar Nero, Efeso e Attalia in Asia Minore.
Caratteristica essenziale era, come in ogni altro campo dell'attività bizantina, un attento controllo delle autorità statali. Secondo il Libro tutti i mestieri erano organizzati in corporazioni (notai, orefici, banchieri, cambiavalute, mercanti di abiti di seta, mercanti di lino, profumieri, saponieri, speziali, sellai, macellai, pescivendoli, osti, panettieri, falegnami, marmisti, fabbri ferrai, pittori ecc.).
Le corporazioni prendevano origine da quelle d’epoca tardo-romana, ma il legame del singolo con il gruppo era meno stretto e l’ammissione non ereditaria.
Sotto il controllo dell'Eparco c’erano pure i commercianti stranieri: russi, bulgari, arabi e Italiani.
Nel Libro del Prefetto la corporazione dei notai occupava il primo posto (segno dell’importanza), essa contava ventiquattro membri reclutati per cooptazione, in seguito a un esame di moralità e di capacità.
Gli orefici venivano posti a stretta sorveglianza: non dovevano lavorare l’oro se non in quantità limitata e mai in casa propria, affinché fossero evitate le contraffazioni, le falsificazioni di monete, oppure esportazioni illecite
che potevano compromettere il sistema monetario.
Anche i panificatori obbedivano a una normativa minuziosa: erano obbligati ad acquistare il grano nei magazzini pubblici, alla presenza dell’assessore del prefetto, e accontentarsi di un utile fissato dall’autorità.
Il prezzo del pane non poteva variare, ma nel caso di modifiche del valore del grano l’Eparco ne allineava il peso.
Attraverso questi esempi si può constatare che la regolamentazione prefettizia mirava a impedire l’accaparramento, la penuria, la concorrenza e le fluttuazioni di prezzo.
Per raggiungere i propri obbiettivi lo stato limitava al massimo le transazioni dirette tra i commercianti di Costantinopoli e i mercanti venuti da fuori: cosí i siriani venuti a vendere stoffe erano alloggiati tutti in un solo luogo, e i loro prodotti venivano acquistati in blocco e collettivamente dalla corporazione interessata, che li ripartiva poi tra i suoi membri.
I pescivendoli o i macellai non avevano il diritto di andare incontro ai pescatori in mare oppure ai proprietari di mandrie per trattare personalmente gli acquisti.
Questa rigidità, contraria alla libera iniziativa, veniva allentata in vari modi. Si permetteva la creazione spontanea di liberi mercati a pochi chilometri di distanza dalla capitale.
Si concedevano privilegi commerciali in cambio di un aiuto militare o di un’alleanza diplomatica.
Di grande rilievo le “crisobulle” date a Venezia nel 992 e nel 1082, Pisa nel 1111, Genova nel 1155. Tali atti permettevano di esercitare il commercio pagando soltanto una parte di tasse doganali, nonché di realizzare enclave con giurisdizione speciale e organizzazione politica autonoma.

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