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Cibo e Religione




Provate a osservare con attenzione le cerimonie religiose. La figura centrale è sempre quella di un uomo che ricorda nell’abbigliamento un cuoco intento a preparare qualche manicaretto. L’atto di mangiare è impregnato di contenuti religiosi, e secondo alcuni antropologi i rituali e le simbologie delle principali religioni derivano direttamente dai comportamenti osservati a tavola.

Il rapporto che instauriamo con il cibo è complesso e legato a fattori diversi. E' senza dubbio un fatto culturale: noi non mangiamo tutto ciò che è commestibile, ma deve anche essere buono da pensare, oltre che da mangiare, come ci insegna l'antropologo Marvin Harris. Però non tutti pensiamo il cibo allo stesso modo, perché interviene la mediazione culturale propria della società in cui viviamo. E di certo la religione è un elemento culturale, un marcatore, molto importante.
E' comune a tutte le religioni considerare il cibo un dono del Dio o degli Dei, e da ciò consegue che l'atto di mangiare non può essere un gesto qualsiasi, ma la consapevolezza che gli alimenti non sono solo il frutto delle mani dell'uomo.
Le grandi religioni (Induismo, Buddhismo, Jainismo, in oriente; Cristianesimo, Giudaismo e Islam, in occidente) prestano dunque attenzione al cibo. Del resto è indispensabile alla vita biologica, e il principio base è sempre improntato alla moderazione. Le due contrapposte componenti umane, lo spirito e la carne, appunto, vanno in direzioni opposte. Alimentando la parte "fisica" si alimentano pulsioni terrene, soprattutto la sfera sessuale, a scapito dello spirito, che resta rintuzzato. Solo mortificando tali pulsioni lo spirito può elevarsi.
In via generale, possiamo anticipare, i precetti alimentari hanno la funzione di far comprendere all'uomo che esiste una volontà divina superiore che pone dei limiti al di là dei quali l'individuo non si deve spingere, come prova di obbedienza e stimolo all'autocontrollo.
Il rito, che ricopre un ruolo fondamentale nelle culture primitive, è il tentativo di porsi in armonia con il ciclo naturale, celebrando eventi fondamentali come il quotidiano sorgere e tramontare del sole, il mutare delle stagioni, il variare delle fasi lunari, la semina annuale e il raccolto.

Da qui nascono i divieti a consumare certi prodotti o a uccidere certi animali. E' qui che nasce il concetto di tabù. Molte religioni vietano un gran numero di pietanze per un duplice motivo. Innanzitutto per dare ai fedeli un’identità di gruppo, e secondariamente per scoraggiarli dal frequentare miscredenti che potrebbero far nascere in loro il seme dell’empietà.
Nel Vecchio Testamento, gran parte del Levitino è dedicata all’elencazione dei piatti empi; una norma in particolare, che proibiva di mischiare carne e latte, era ritenuta sembra così importante da far parte originariamente dei dieci comandamenti.
Se le religioni islamica, induista, buddista ed ebraica hanno alimenti tabù, quella cristiana praticamente non ne ha, e probabilmente questo avvenne per il tentativo di Cristo di discostarsi dalla tradizione delle altre religioni. I cristiani più pii erano comunque attenti all’aspetto sacro della tavola: quando bevevano assumevano cinque sorsi, uno per ciascuna delle cinque ferite di cristo; ogni boccone veniva diviso in quattro parti, tre per la Santissimi Trinità, e uno per la vergine Maria. Poi da circa il IV sec i seguaci di Cristo, prima in Oriente e poi in Occidente, iniziarono a seguire un certo tipo di digiuno per prepararsi alla Pasqua.
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