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Napoleone e il cibo di guerra


Napoleone Bonaparte (1769-1821)
Napoleone Bonaparte (1769-1821)

Testo integrato da Giancarlo Sattanino

 

Fu vera gloria? si chiese Alessandro Manzoni.
Gloriosa fu di certo la sua esistenza. Nato povero o quasi, era a 18 anni sottotenente, a 24 comandante, a 26 salvatore della Patria, a 30 console, a 35 imperatore, e via sempre più su fino all'inevitabile declino con l'esilio definitivo nell'isoletta sperduta di Sant'Elena.
Visse pericolosamente e partecipò personalmente a varie battaglie, non fu certo un codardo. Uomo d'azione ma anche di pensiero, ammoniva:
"…..perché si possa dire d'aver pensato a una cosa, bisogna prima averla fatta".
Parlare di Napoleone a tavola è quasi più arduo che raccontare le sue prodigiose gesta. Non era un buongustaio, ma solo un commensale sbrigativo e disattento che dedicava al cibo non più di quindici o venti minuti.
Saltava i pasti o arrivava a tavola talmente in ritardo da obbligare i suoi convitati ad un ritmo vertiginoso. Non solo mangiava rapidamente, ma spesso si aiutava con le mani, non disdegnando di fare la “scarpetta”. Napoleone prediligeva cose semplici ed essenziali come zuppe di patate, di fagioli e di cipolle. Molti furono i capocuochi che si alternarono alla direzione delle sue cucine (undici in dieci anni), perché sembra ricevessero magri stipendi nonostante lo sfarzoso lusso imperiale.
Fonte di centinaia di congetture fu anche la curiosa abitudine di tenere una mano sotto il pastrano all'altezza dello stomaco. Tra le tante giustificazioni si adduceva che Napoleone soffriva di un'ulcera gastrica, causa perciò di una dieta votata a pasti leggeri e frequenti.
Adesso vegliamo riportarvi una storia sulla nascita di una ricetta legata a Napoleone: il Pollo alla Marengo.
14 Giugno 1800 Marengo (AL) circa le cinque del pomeriggio. Nei campi di grano qualcosa rosseggia: non sono i papaveri, sono i pantaloni rossi dei soldati Francesi sterminati dagli Austriaci. Sul campo di battaglia di Marengo Napoleone si è mosso continuamente per seguire lo svolgimento della battaglia e dare ordini, seguito dal suo fedele cuoco. Si è molto allontanato dai carri della fureria, ma per abitudine non tocca cibo dal mattino, mangia soltanto alla fine della battaglia, e adesso ha veramente un gran appetito.
Dunand manda i suoi aiutanti di cucina in giro, a cercare nelle cascine dei dintorni qualcosa di commestibile.
E’ probabile che i saggi villici si fossero allontanati in massa con tutti i loro beni appena resisi conto di cosa stava capitando su quelle terre: in fondo la più grande soddisfazione dei miti contadini era da sempre vedere l’incarnazione della prepotenza e cioè i soldati, ladri e stupratori, e ancora di più i loro comandanti, scannarsi tra di loro, naturalmente rimanendo a distanza di sicurezza.
Così i mozzi di cucina del Dunand tornano con una ben misera razzia: un piccolo pollo, qualche gambero di fiume, uova, olio, aglio e pomodori. Il nostro cuoco non sta molto a pensarci su: fa saltare il pollo nell’olio insaporito dall’aglio, aggiunge i pomodori; a cottura ultimata compone nel piatto il pollo, guarnendolo con uova fritte e con i gamberi cotti al vapore. A questi valorosi soldati l’alcol non mancava mai, e così impartisce la benedizione finale cospargendolo con un po’ del Cognac di Napoleone.
Il Piccolo Caporale si innamorò di quel piatto, battezzato “Pollo alla Marengo” e lo volle cucinato più e più volte, senza mai cambiare nulla alla ricetta.
Da bravo cuoco, Dunand ben sapeva che il cognac ed i gamberi di fiume non c'entravano per nulla con questo piatto ragion per cui quando lo preparò di nuovo, sostituì il cognac con del vino bianco e eliminò completamente i gamberi di fiume aggiungendo dei funghi. Napoleone si arrabbiò moltissimo e rimandò il piatto indietro dicendo che mancavano i gamberi ed essendo molto superstizioso, era certo che ciò gli avrebbe portato sfortuna.
Bene, é risaputo che Napoleone non godè mai di fama di buongustaio, e il suo favore per un piatto scombinato come questo la dice lunga...
Ma sia come sia, nemmeno sappiamo se tutto ciò è vero o se sia soltanto leggenda; quello che è certo è che il piatto è diventato parte della tradizione gastronomica piemontese.
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