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Gastrosofia le conserve della nonna


Testo di Susanna Cutini

Oggi non è più necessario preparare a casa le conserve, grazie alla quantità di prodotti industriali a nostra disposizione; eppure nelle nostre campagne c’è ancora qualche inguaribile buongustaio che usa confezionare bottiglie di pomodoro e barattoli di marmellata.
La loro preparazione, fatta nei mesi autunnali per mettere da parte i tanti doni dell’estate, si perpetua perché rappresenta un rito collettivo da celebrare con voci, profumi, risate e assaggini.
Ricordo ancora queste atmosfere vissute con mia nonna Concetta, sveglia e lesta donnina nata ad inizio ‘900 in Casentino.
Lei cominciava diramando le convocazioni come un vero e proprio allenatore. Chiamava a raccolta le vicine di casa e le amiche, affinché oltre a darle una mano a preparare i barattoli dolci e salati, la aggiornassero sui pettegolezzi della comunità.
A tutte le partecipanti garantiva come ricompensa un po’ di conserve con etichette personalizzate di data e nome.
Quando tutto il gruppo era arrivato il rito aveva inizio.
Si cominciava esponendo un grosso pentolone annerito all’esterno della casa dove bollire l’acqua, nella quale sarebbero stati immersi i preziosi barattoli.
Poi si selezionavano i frutti migliori, perché come ricordava la nonna per avere delle buone conserve si dovevano usare prodotti “boni”.
I pomodori scelti erano lavati bene, tagliati a pezzi grossolani, e strizzati per essere privati dei semi e dell’acqua.
Su un grosso colino, messo sull’acquaio di pietra della cucina, venivano adagiati i pezzi rossi con i quali sarebbero stati riempiti i barattoli di vetro, messi da parte durante l’anno.
A noi bambine spettava il compito di aggiungere le foglie di basilico e una C di olio.
Infine, i contenitori sigillati dal coperchio erano meticolosamente adagiati nella vecchia grossa pentola per essere bolliti nell’acqua borbottante.
Se la conserva di pomodori non era quasi mai assaggiata subito, ed il suo odore rappresentava quasi un disturbo che aleggiava nell’area di casa, la preparazione delle marmellate di frutta spezzettata e cotta nello zucchero rappresentava il premio immediato di noi bambini.
Ricordo ancora l’indimenticabile sapore e profumo della composta di pesche che spalmata sulle fette di pane bianco veniva distribuita a merenda.
Da tempo, con i ritmi della vita quotidiana e i minuti che non bastano mai l’attività di far conserve in casa non è molto praticata. L’industria conserviera sopperisce al fabbisogno alimentare con ottimi prodotti dalle elevate garanzie igienico-sanitarie. Questi barattoli, seppur lucenti e puliti con codice a barre al posto del nome scritto a mano, sono però anonimi e mancano dell’essenza impalpabile di quel rito collettivo che si celebrava nei pomeriggi autunnali tra voci e profumi di festa.

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