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Il capretto pasquale e Piero Chiara




Testo di Laura Pantaleo Lucchetti freelance che si occupa di gastronomia e di libri per bambini e ragazzi. Collabora con alcune testate (www.cavoloverde.it, Radio Padania Libera) ed è autrice del blog Una mamma e sette laghi (www.bosina.net). Ha un marito meraviglioso e cinque figli dai dieci anni in già, tutti, inevitabilmente, appassionati di buone letture e buona cucina.

 

Una delle tradizioni più vive della tavola pasquale bosina, ossia del territorio varesotto, assieme all’insalada e ciapp (il cicorino dei campi e le uova sode tagliate in due… le ciapp, perché i varesotti sono icastici!) è il capretto arrosto, marinato dalla sera prima nel vino bianco o nella birra, cucinato con le patate e insaporito dalle erbe locali (timo ed erba cipollina in primis). 

Proprio il capretto, e non l’agnello. Così come scrive Piero Chiara nelle “Avventure di Pierino”, una raccolta di racconti pubblicata nel 1980, quando l’autore - classe 1913 - era già avanti negli anni, ma concepita trent’anni prima; un mirabile esempio di letteratura per ragazzi che racconta, con gustose chicche in vernacolo, il territorio dell’alto varesotto con i suoi paesaggi, le usanze e le tradizioni gastronomiche attraverso la dimensione del ricordo. Perché il monello protagonista delle esilaranti pagine altri non è che lo stesso Chiara, che si rivede bambino nella sua Luino, a rincorrersi per le strade con i compagni scapestrati, più che seduto sui banchi di scuola – troppo spesso marinati -, o a combinarne di tutti i colori al famoso mercato del mercoledì. 

Ed è proprio a quel mercato di Luino, a cui Pierino poteva partecipare per l’intera giornata perché “la direzione scolastica aveva stabilito la vacanza settimanale al mercoledì, invece che al giovedì come in tutt’Italia, forse più per comodo degli insegnanti che degli scolari”, che il nostro narigiatt (moccioso) riporta il capretto che aveva salvato dal sicuro macello pasquale. Ma andiamo per gradi. Nel racconto “I capretti non guardano avanti”, uno dei più intensi della raccolta, Pierino, nove anni, una sera di primavera viene accompagnato a passeggio dal padre sino al porto. 

“In quei giorni antecedenti la Pasqua, arrivavano sempre nel porto, a notte fatta da Cannobio, dei grossi barconi carichi di capretti vivi destinati al mercato di Milano. Per Pasqua, fin dai tempi dell’esodo degli ebrei dall’Egitto, la tradizione vuol che in ogni famiglia ci sia uno di questi animali in tavola, arrostito a puntino” (...). I capretti venivano allevati “sui monti, in cima alla Valle Cannobina, di là dal lago, dove le capre si moltiplicavano da sole. In primavera c’era grande nascita di capretti, ricercatissimi ovunque. I mercanti risalivano le valli, li comperavano a centinaia e li avviavano verso la città, per fornire le mense pasquali. I capretti raccolti nei paesi della Valle Cannobina, a Finero, a Spoccia o a Cavaglio, confluivano a Cannobio dove venivano stipati in grandi barconi che traversavano in diagonale il lago fino a Luino. Da Luino quel bestiame minuto veniva portato per ferrovia a Milano, fino al punto d’arrivo finale, che erano i banchi di marmo delle macellerie.”

Pierino, straziato dal belato tremolante dei capretti sotto il telone, medita un’azione salvifica. Il giorno successivo, di sera, uscito di soppiatto, corre al porto e, approfittando del sonno dei guardiani, riesce a rapire una delle bestiole destinate alla tratta. L’avventura continua per qualche settimana nel sottotetto del palazzo dove abita Pierino, proprio dove un tempo il padre teneva una decina di conigli: ma i quotidiani rinforzi di pane, latte ed erba fresca per l’animale, col tempo, stremano il monello, che pur si è affezionato al suo amico a quattro zampe. Trascorsi due mesi esatti, infatti, il capretto essendo ben cresciuto, Pierino medita di disfarsi in maniera intelligente dell’animale: ormai “la Pasqua era passata da un pezzo, e prima che venisse la prossima il capretto sarebbe cresciuto tanto da non interessare più i macellai.” Così, un mercoledì mattina, prelevato il capretto, lo regala ad una muciora, una venditrice di burro, formaggini e ricotta della Val Veddasca, strappandole la promessa “di portarlo al suo paese, di continuare a allevarlo e tenerlo finché morirà di vecchiaia”. I capretti, si sa, non guardano lontano, per cui non sarà importante se il luogo dov’è nato corrisponde a quello dove continuerà, forse, la sua esistenza: il capretto non cercherà, di certo, i pascoli natii guardando al di là del lago. E Pierino, mettendosi il cuore in pace, farà pian piano tesoro dell’insegnamento paterno, per cui“un capretto è un capretto, cioè un animale come un altro, pollo, manzo o pesce, che si mangia senza perdersi in oziose fantasie”.

Intenso spaccato d’epoca, il libro si articola in due parti. Se nella prima – Pierino al mercato di Luino - è il mercato stesso nella sua coralità di personaggi a riempire il palcoscenico, tant’è vero che di questi racconti sono state tratte diverse riduzioni teatrali per bambini, nella seconda – Pierino non farne più! – il piccolo gianburrasca ritorna a fagocitare la scena, combinandone davvero di tutti i colori, sino a finire in collegio dall’altra parte del lago. Sono pagine incalzanti di eventi e birbonate, che spesso riguardano l’argomento alimentare – protagonista, del resto, in un luogo come il mercato – e che culminano in un’intensa dichiarazione d’amore di Chiara per la sua Luino.

Piero Chiara, Le avventure di Pierino, Mondadori Junior+10 Maggio 2003, terza ristampa 

(attualmente fuori catalogo: si trova nelle librerie remainder’s e nelle biblioteche)

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