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Storia della cachaça anima brasileira


Testo di Fabio Magnani. Giornalista, wine consultant, selezionatore vini. Riferimento blog: glistappati.blog.espresso.repubblica.it

 

L’onda alcolica arriva dal Brasile e porta il nome affascinante di cachaça. Il distillato nazionale brasiliano piace sempre di più. Non a caso la bevanda principe che rappresenta questo distillato, la caipirinha, è stato nominato dall’associazione internazionale dei barmen - International Bartender Association - tra i sette migliori drink del mondo. Ma cos’è che rende così accattivante questa “acqua di vita?”
In Europa, Italia compresa, è innegabile che la cachaça sia una moda dettata dall’abilità di comunicazione di chi cura il marketing delle multinazionali importatrici del prodotto. Anche se è altrettanto innegabile che nell’ultimo periodo con l’aumentare dell’export verso il nostro paese si nota una crescita di “aficionados” che sempre più decantano le qualità della bevanda brasiliana. In Brasile, invece, la cachaça porta una veste diversa; si tratta di un abito che porta il colore delle piantagioni, laddove gli schiavi la usavano per alleviare le proprie sofferenze sfruttandone le proprietà tonificanti. Il percorso via via si estende fino ad arrivare agli intellettuali del XVIII secolo che brindavano, appunto, all’indipendenza dal Portogallo con “l’agua-pra-tudo”.
A dimostrazione del fatto che in Brasile questo distillato millenario sia “una cosa seria”, c’è l’impegno preso da un istituto nazionale del paese che qualche tempo fa si incaricò di censire i diversi nomi utilizzati per identificare la cachaça. L’indagine terminò con una lista di circa duecento termini che andavano dall’acqua santa al morso del cobra, al cappotto del povero, dalla mia consolazione al bafo de tigre, dal calma-nervo alla lamparina, e a molto altro ancora. La fantasia dei termini non è da prendere come mancanza di “rispetto” ma implica, al contrario, una sorta di simbiosi unica con la quale il brasiliano si unisce alla cachaça dandole il nome che più ritiene opportuno per meglio arrivare all’essenza della sua storia. Un vero brasiliano, dice un adagio popolare, è tale solo se beve cachaça con la consapevolezza dei cinque secoli di storia attraverso i quali questa aguardiente si è legata al popolo stesso. Il procedimento di lavorazione della cachaça è simile a quello utilizzato per il rum, ovvero sfibramento e pressatura della canna da zucchero ed estrazione della parte zuccherina per proseguire con fermentazione e distillazione. Quest’ultima parte è ottenuta secondo due procedimenti di distillazione, continuo e discontinuo, al termine dei quali si passa ad un assemblamento dei due prodotti ottenuti per mettere poi il tutto a riposare in contenitori neutri.
È commercializzata bianca, quindi non invecchiata in botti come avviene per altri distillati né tantomeno viene aggiunto caramello. Solo quando porta la dicitura velha o black significa che è stata fatta riposare in botti di quercia bianca. La si produce nelle distillerie degli stati di Rio de Janeiro, Alagoas, Sao Paulo, Minas Gerais e Pernambuco. Si beve liscia o con ghiaccio, oppure miscelata con frutta e liquori. Comunque sia, bevetela come piace a voi, non come dettano le mode, e se volete far vibrare le vostre papille provate a pensare alle sofferenze alleviate dalla cachaça nei secoli passati: potreste scoprire un sapore fino al quale le mode non saebbero in grado di portarvi.

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