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Vernaccia di Oristano


Testo di Giovanni FancelloEsperto e docente di storia della gastronomia sarda. Autore di numerosissime pubblicazioni, fra le quali citiamo: Sabores de Mejlogu, Sardegna a tavola, Il pesce povero, Le erbe selvatiche, Le spezie. Collabora alle pagine gastronomiche delle più importanti testate giornalistiche sarde. Vincitore del concorso internazionale  “Premio Marietta” di Pellegrino Artusi organizzato dal comune di Forlimpopoli nel corso della Festa Artusiana 2003 con la ricetta “ditaliani con zafferano, spada, seppie, cozze e fagioli brenti niedda”.

 

Diversi studiosi hanno cercato di documentare l’origine, in Sardegna, del vitigno della Vernaccia ma il lavoro è stato difficile e non li ha portati a documentarne precisamente il suo arrivo. Il vitigno s’ipotizza possa essere una varietà che si è formata nell’Isola, quindi autoctono. Diversi reperti archeologici, scoperti nell’antica città di Tharros,  dimostrano che la  Vernaccia era già oggetto di coltivazione in zona. 

La Sardegna ha le condizioni territoriali e climatiche per la diffusione della Vitis vinifera che sicuramente  cresceva spontanea fin dai tempi più remoti. La storia della Vernaccia è simile a quella della vite e della viticoltura e se ne presume la sua presenza fin dal primo svilupparsi delle comunità umane nella nostra isola. La Sardegna per diversi autori classici appare come “un’isola felice e fertile in ogni cosa”, posta al centro del Mediterraneo.  I racconti mitologici mettono la Sardegna in stretto rapporto con diversi popoli del Mediterraneo.  Sono presenti  figure di avi ed eroi come: Iolao, Aristeo, Sardu, Norace e Dioniso, portatori di mitici doni tra cui la vite e l’arte di coltivarla. 

Del periodo nuragico diversi sono i laboratori enologici o frammenti di attrezzature per la vinificazione  utilizzati fino a tempi più vicini a noi.  I veri artefici dell’innovazione agricola nella  Sardegna nuragica sono i Fenici, i più antichi viticoltori biblici, che non appaiono ai sardi come dei veri e propri conquistatori ma, considerata la  pacifica convivenza, più che un  arrivo nell’isola  il loro potrebbe sembrare un ritorno.  I più antichi vitigni sardi hanno come area di diffusione gli approdi costieri: il Nuragus nel basso Campidano a Nora; il Carignano nel Sulcis;  la Vernaccia nella Valle del Tirso.

I Romani nonostante abbiano vietato l’impianto e la coltura della vite producevano vino. “Dice Plutarco ..(---)  La viticoltura negli ultimi periodi della dominazione punica fu, nell’isola, molto diffusa, non foss’altro per la grande quantità di anfore puniche reperite nelle necropoli di Tharros, Olbia, Nora, Solci, Karalis, eccc.; nonché per la lapide funeraria del viticultore Amilcare da Tharros di cui abbiamo fatto cenno, e da altri reperti archeologici….(…)… “Uno dei più tipici vitigni sardi che in modo assoluto non può essere stato importato perché vive in una sede umidissima e priva del tutto di calcio, per cui nessun vitigno di importazione vi avrebbe resistito, è il famoso vernaccia dall’aspetto della lambrusca e dai chicchi piccoli, verdi, sferici, dal nome che rispecchia la sua antichità. Columella dice:”minus sunt familiaria solo nostro quam vernacula”; il che vuol dire che le talee debbono essere scelte in vigna prossima a quella da impiantare, ossia del luogo.” Vernacula” significa “locale”. Il nome Vernaccia è dedicato a diverse tipologie di viti e vini: uve bianche e rosse in regioni diverse dell’Italia e della Spagna. E’ probabilmente il nome latino “Vernacula” a dare origine all’attuale nome della Vernaccia.

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