NOTIZIE dieta gastrosofica e nutrizione


Categoria: dieta gastrosofica e nutrizione

Pasti giornalieri degli antichi Romani


Testo di Claudia Trombettoni
Ministero Beni e Attività Culturali

Il regime alimentare dei romani era discontinuo, capace di passare da un’estremità all’altra, da una somma di frugalità quotidiana, agli stravizi di vino e carne durante i banchetti nei quali l’eccesso era spesso di rigore.
Il giorno iniziava al levare del sole. Il periodo tra l'alba ed il tramonto veniva diviso in 12 ore (horae). La durata delle ore era variabile in quanto dipendeva dal tempo effettivo di luce.
Potremmo dire che al pari di una dieta odierna, tre pasti principali scandivano generalmente l'assunzione di cibo dell'antico romano: abbondante colazione al primo mattino (jentaculum), leggero pasto a mezzogiorno (prandium), e pasto principale nel tardo pomeriggio (cena).
Il prandium era l’unico pasto dei romani impegnati nella guerra, nella politica e in qualsiasi altra attività che richiedesse uno sforzo (labor). Viceversa la cena apparteneva al tempo dell’ozio (otium), cioè del divertimento e della pace.
La consistenza dei singoli pasti variava a seconda del periodo storico, dello status della famiglia, e se si abitava in un centro urbano o in campagna. Se un romano del periodo arcaico si accontentava di un pasto frugale alla sera (vesperna), a partire dal II sec. a.C. fu necessaria l’emanazione di apposite leggi suntuarie per limitare la spesa pro capite in occasioni di cene conviviali.
Jentaculum avveniva fra la terza e la quarta ora, ovvero le otto e le nove del mattino, e spaziava dal pane intinto nel vino (consuetudine greca), ad olive, uova o formaggio, ai resti della sera precedente. Per i fanciulli era riservato il latte (ovino o caprino) accompagnato da brioche fresche, salate o addolcite col miele, magari acquistate sulla strada per la scuola dal pistur dulciarius (Marz. Apoph. XIV, 223), l'odierno pasticciere.
Prandium consumato fra la sesta e la settima ora, cioè attorno a mezzogiorno. Solitamente uno spuntino fatto durante la pausa di lavoro, portato da casa o, per i più fortunati con qualche moneta in tasca, acquistato dai venditori ambulanti e nei locali pubblici. Si trovava da desinare con una certa facilità soprattutto in prossimità di luoghi molto frequentati durante il giorno, il Foro e le Terme, dove era un brulicare di posti di ristoro (popinae ); non era necessario neppure darsi troppo da fare a cercarne uno, giacché avveduti proprietari spedivano i propri garzoni per le vie del centro e dentro gli stabilimenti, a vendere appetitose cibarie calde o fredde, secondo le esigenze della stagione. Se si mangiava a casa c’erano gli avanzi del giorno prima o, comunque, si trattava di piatti freddi e veloci, da consumare in piedi e senza mensa.
Cena cadeva verso le sedici (tra ora decima e undicesima), ma con il passare del tempo cominciò lentamente a spostarsi avanti per il raffinarsi dei costumi e l’introduzione dell’illuminazione domestica. Questo pasto poteva essere costituito da un piatto unico se si mangiava da soli (domicenium), o trasformarsi in un’occasione di convivio con addirittura circa 50 portate, come nel celebre banchetto di Trimalcione.
Alla cena conviviale partecipavano gli uomini, sempre sdraiati, se intervenivano le donne esse erano tradizionalmente sedute. Si mangiava in un luogo coperto: casa, portico o giardino sormontato da un “velum”. I piaceri della tavola venivano condivisi all’interno di un gruppo sociale ben definito: famiglia, clientela, amici coetanei, collegio professionale o sacerdotale.
I banchetti non erano prerogativa dei soli ricchi, e quando la situazione economica del padrone di casa lo richiedeva, erano gli stessi commensali a portare il loro contributo per il pasto.
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